violentementealdente

ritornare all'origine ma non fossilizzarcisi. affezionarsi a casa propria ma non rinchiudercisi. amare la propria terra ma non radicarcisi. partire, fiutare, rubare, e ahime tornare. togliere dal fuoco prima che sia troppo tardi, anzi prima ancora. serenamente violentementealdente. EFFETTUA CUCINA A DOMICILIO: mi contatti via mail e ne parliamo

Chi s’accontenta s’accontenta. Polipetti su vellutata di carote, patate e zenzero

Ho voglia di pranzo all’aperto. Penso che la stagione si già bella che cominciata. Dove però? avevo la fortuna di un terrazzo in zona Lambrate, lì si sta bene, ci passa pure il treno, se chiudi gli occhi e cerchi di estraniare le macchine sembra di essere in campagna, e quando la cappa di smog viene scossa dal vento si vedono pure le montagne in lontananza. Purtroppo quel terrazzo me lo son giocato tempo fa. Questioni economiche. In questa città di merda non si fa altro che lavorare per potersi pagare l’affitto, quindi si è sempre lì a far quadrare i conti sulla bilancia per poi rendersi conto che non resta che il palliativo conforto che “non è tanto il luogo che conta, i prezzi son sempre quelli, ma la compagnia”. Dovrò accontentarmi di qualche tavolino fuori porta o, nella peggiore delle ipotesi, del tetto in piazzale Corvetto, così, giusto per cominciare. Per Camogli c’è tempo una stagione, e poi il mio è un tetto molto spazioso. Ho sempre adorato l’atmosfera che crea il connubio occhiali da sole e Verdicchio. Poi mettici del pesce fresco, il caldo non ancora terribilmente schifoso di Milano, o se vogliamo dirlo della Lombardia in generale, e un buon argomento per poter capire che una bottiglia sola di verdicchio non basta. Alla seconda bottiglia sembra di stare bene pure sul cemento…

Troiate. Mare: si trova il pesce fresco in una città circondata da fabbriche, periferie dal nucleo fatiscente con contorni che sfoggiano un vanitoso rigoglio edilizio per verticale, e distese di umida pianura. Milano, più di altre città, dà quella frustrante voglia di mare.

Chi s’accontenta s’accontenta

carote per due terzi, patate per la restante parte, cipolla e zenzero. far imbiondire la cipolla con lo zenzero tritati in olio extra vergine d’oliva. aggiungere le carote e le patate tagliate a tocchetti anche grossolani. sale e pepe quanto basta. cuocete per 5 minuti circa, in modo che tutto prenda sapore, e poi terminate la cottura comprendo a filo con acqua (controllatele infilzando le carote con un coltellino o ustionatevi la bocca assaggiandole, io spesso faccio la seconda). versate tutto ancora caldo in un mixer e frullate molto bene, dovrete creare una crema omogenea.

i polipetti li scottate in una padella molto calda con olio sale e pepe.

caramellate una piccola carota con zucchero e un goccio d’acqua e tenetela come guarnizione (commestibile).



I colori vivaci dell’ignoranza. strascinati con fave, patatine novelle e pecorino romano al profumo di rosmarino

Cerco di conservare un’integrità morale dal colore nitido. Un punto di vista chiaro su quello che accade attorno a me, un mio punto di vista con tonalità verdi. Cerco di avere opinioni ricche e edificanti per coltivare il mio ottimismo e l’ottimismo di chi mi circonda, convinto che il futuro sarà una scatola piena di opportunità e sfumature. Voglio avere la capacità di respirare il presente a pieni polmoni, serenamente, e reiterare questa esperienza minuto per minuto, godendo costantemente dell’odore arancione e agrodolce della crescita, del fermento. Credo nella tranquillità e nell’equilibrio anche se porto avanti una vita fatta di angosce e lievi sregolatezze che mi convincono d’assaporare il colore rosso dell’esistenza, così sfuggevole, così breve, così poco intenso… L’intensità. Ecco cosa mi turba: la necessaria intensità di cui ogni esperienza dev’essere pervasa. In questi momenti non riesco a godermi il bianco delle pause, e quando me lo concedo, poi, ne soffro, lo considero un momento vano, sbiadito, che avrei potuto colorare ed investire diversamente.
Ecco che comprendo, proprio in questo istante, alle ore 12.04, che parte della mia angoscia è data dal tempo. Ma non un tempo inteso come susseguirsi di eventi, visto come crescita o avanzamento, ma inteso in senso molto più istantaneo, vicino, pratico, materiale. Tempo inteso come orologio a muro, asettico, bianco e nero. Cazzo, lo guardo ogni 4\5 minuti. Quando mi va bene ne passano 15, in tal caso significa che sono rilassato. Devo trovare il modo di non correre quando non è richiesto. Di non trascinarmi, ma passeggiare fra le varie scale cromatiche. Di riuscire a stabilire cosa m’innalza portandomi vantaggio, tono (intendo moralmente) e cosa invece mi fa perdere quota, mi sbiadisce. Vorrei risolvere questo quesito da solo. Anche se la maggior parte delle volte lo sforzo possa sembrare vano, tuttavia, conserva il suo fascino. Quasi come dedicarsi solitariamente quelle cose che per consuetudine si svolgono in compagnia, ad esempio stapparsi una buona bottiglia di vino rosso o spendere parte della giornata a fare della pasta fresca solo per averne una sensazione palpabile, un contatto, una profondità.  In alcuni casi non è solitudine, sono doni dati dalla tranquillità, dal goduto riposo e dall’autentico pensiero che ti da modo di focalizzare le cose. Il tempo non te lo regala nessuno se non sei capace di prendertelo, metterlo a fuoco e a goderne intimamente.

Oggi non elaboro opinioni di alcun genere, resto sotto le coperte ancora venti minuti, mi bevo due caffè e non faccio quello che mi ero prefissato ieri sera. Belli i colori vivaci dell’ignoranza?!

Strascinati di grano duro
fave, patatine novelle, pecorino romano, rosmarino, olio extra vergine, sale e pepe bianco q.b.

Tornando a casa. Gnocchetti di patate con peperone verde, feta, uvetta e pinoli.
Ho un talento innato nel far sorridere la gente fotografando le mie sventure. Me ne sono reso conto (o meglio ne ho avuto conferma) stanotte, tornando a casa a piedi da un concerto death metal. Assurdo quanto il death metal metta una gran voglia di farsi quattro passi all’aeroporto di Linate. probabilmente è quel non so che di esotico che ha il growl (ovviamente tutti sappiamo che il growl è lo stile di canto tipicamente impiegato nel death metal) a spingerti verso qualcosa di lontano, a stimolare quell’anelito di partenza che ognuno conserva gelosamente nelle proprie viscere e che solamente una sonora scatarrata può far venire a galla. Fra aeroplani che spiccano il volo, parcheggi colossali illuminati a giorno, napoletani incazzati che cercano un modo rapido e indolore per passare una notte di scalo a Milano, sudamericani che finiscono il turno notturno in aeroporto e un   autobus per San Babila che non ne vuole sapere di partire, resta ancora un’incognita. Per quale assurdo motivo mi son trovato a pogare in un concerto death metal con gente 20 centimetri più alta di me? Inoltre , per quale arcano antefatto sono a piedi ben dieci km da casa mia?! Ma soprattutto, in tutto quel pogo, come avrò fatto a reggere saldamente un gintonic con una sola mano?  Insomma, camminando per lunghe distanze, una volta, si potevano elaborare pensieri e concetti astratti di grande rilievo, ora, grazie all’Iphone (e a un intero bicchiere colmo di gintonic) si possono condividere scorci deserti di Milano con la propria coinquilina a km di distanza. Questa è vera empatia.
Tornando a Casa:
grazie al nuovo lavoro ho riscoperto l’amore per lo gnocco di patata.
Peperone verde saltato con cipolla, entrambi tagliati spessi e tenuti croccanti (con la feta vuole essere una rivisitazione calda di un’insalata greca).
Feta, come sopra, è aggiunta solo a gnocco scolato. Una wok sarebbe l’ideale per questo piatto.
Il pinolo viene tostato a parte, emulsionato con olio extra vergine a freddo e aggiunto alla fine con l’uvetta precedentemente rianimata con della tisana o del tè (a vostra discrezione)

Signorina cacio e pepe (al profumo di timo).
dopo aver spento la sveglia tre volte consecutivamente manca la voglia d’impegnarsi, o almeno di pensare. Grazie al cielo nei capisaldi della cucina italiana si trova sempre conforto.

Signorina cacio e pepe (al profumo di timo).

dopo aver spento la sveglia tre volte consecutivamente manca la voglia d’impegnarsi, o almeno di pensare. Grazie al cielo nei capisaldi della cucina italiana si trova sempre conforto.

Quando bastano due mele glassate a risollevare il morale (coppa di maiale al timo con mela annurca glassata allo sciroppo d’acero).

Mangia due mele, si siede, guarda fuori dalla finestra e pensa. Pensa che in casi come questo dovrebbe fermarsi e riflettere sull’esistenza. Pensa che per riflettere sull’esistenza non basterà la vista di un enorme palazzo giallo pastello e di uno spicchio di luna, ma servirebbe un panorama molto più ampio, respirato. Pensa che, viste le condizioni, le sue riflessioni si baseranno sull’esistenza e sull’urbanità dell’uomo contemporaneo che si specchia nella metropoli. Pensa a tutte quelle finestre che guardano la città, che si fissano vicendevolmente. Pensa alla gente che sta dietro tutte quelle finestre e a come si affaccia di notte a fumare sigarette, vedendo il dirimpettaio che fa la stessa identica cosa. Pensa alla sua stessa posizione accovacciata sul davanzale della finestra, a come entrambi incrociano i polsi e reggono la sigaretta fra l’indice e il medio destro. A come per quel piccolissimo momento sono migliori amici perché stanno vivendo la stessa solitudine in mezzo a così tante vetrate, a così tanti spazi vitali, a così tante persone che pur vivendo le medesime esperienze faticano tanto a salutarsi. Come se l’eccessiva vicinanza non creasse altro che isolamento. Quindi pensa che tutto sommato potrebbe essere solo come sotto un enorme cielo stellato. Allora forse la condizione ideale per riflettere è proprio quella, fra tanta gente, fra tanti mattoni, fra tanto baccano che alienando diventa silenzio, soffiato e dolce silenzio. Si alza dalla sedia, si avvicina alle moca del caffè che sbuffa e gorgheggia. Pensa, non smette di pensare perché per un momento riesce, fra quel profumo tanto famigliare del caffè, ad avere un discorso toccante in testa. Per un breve istante vuole chiudere gli occhi per poter catturare il filo di quel discorso e registrarlo, inserirlo in una serie di sensazioni, archiviarlo fra le narici, nelle palpebre, nel collo e sotto la pelle del petto. Pensa, chiude gli occhi, alza il braccio verso il fornello, si sente sollevato e soddisfatto, sorride, sospira e inavvertitamente, in tanta beatitudine, si ustiona l’avambraccio..
un paio di mele son bastate a risollevare il morale. peccato mancasse il caffè.

ho trovato la mela annurca al mercato, almeno me l’hanno venduta come tale. le caratteristiche corrispondono. rossa come la fuji, leggermente schiacciata, piccola. era da un paio di giorni che volevo usare lo sciroppo d’acero canadese e le mele mi facevano pensare (forse banalmente) al maiale. del grasso maiale. la coppa, una delle parte più soddisfacenti e succose dell’animale e la mela che ne stempra la grassezza. comunque un piatto vincente.sale pepe e timo quanto basta per la carne, una sfumata con del vino bianco o qualcosa che lasci un po di acidità. perché no, magari dell’aceto blasamico. anche se forse stona un po con la mela glassata. magari mi sbalgio, provateci.

La Corrente. Salmone con asparagi, carote, arancia navel e salsa allo zafferano.
Il problema è che mi annoio in fretta. È una prerogativa della mia generazione, non un difetto, almeno secondo l’angolazione in cui guardo la questione. Non siamo assolutamente cresciuti e fatti per affezionarci. Qualsiasi cosa deve essere breve e immediatamente efficace. Non può permettersi di richiedere troppo tempo, altrimenti, appunto, annoierebbe. Una volta, nella maggior parte dei casi, si sceglieva una persona sola e con quella si formava famiglia. Un mestiere era per tutta la vita ed era svolto eccellentemente, appunto perché c’era una vita di tempo per impararlo magnificamente. Una città o un paese in cui vivere. Una casa, possibilmente con giardino. Un’automobile. Una o massimo un paio di festività per vedere i parenti di un unico nucleo famigliare. Una Vespa per tutta la vita. Una tazza per fare colazione. Un piatto particolare che era quello che si mangiava in un giorno speciale.Possibile che nello stato attuale le relazioni s’impoveriscano (è verissimo pure il contrario, ma questo è un altro discorso), ma la professione, le ambizioni e le mete personali si trasformano e creano nuove esigenze, danno nuove risposte, ampliano di non poco gli orizzonti sociali. Viste le esigenze d’immediatezza comuni, la formazione non deve essere poi così necessariamente lunga. Ecco che allora anche saper fare di tutto un po’ diventa un nuovo requisito. La mia generazione sa adattarsi in qualsiasi condizione. Siamo parte di una società liquida, è vero, ma come ogni liquido prendiamo la forma più adatta a seconda di dove ci s’inserisce. Il contenitore non è più un problema. il vero problema, la vera cosa che deve spaventare, è quando i contenitori non basteranno più. quando questo liquido, prima libero di circolare senza essere arginato, confluirà, assieme ad altri piccoli torrenti, in un unico, grande e prepotente canale. allora vorrò vedere quale diga istituzionale lo conterrà e quale impavido salmone sarà in grado di percorrere in senso contrario la corrente.
La Corrente:
Filetto di Salmone, apsaragi, carote, zafferano, arance, olio extra vergine, burro, sale, pepe, farina o fecola di patate, brodo vegetale.

La Corrente. Salmone con asparagi, carote, arancia navel e salsa allo zafferano.

Il problema è che mi annoio in fretta. È una prerogativa della mia generazione, non un difetto, almeno secondo l’angolazione in cui guardo la questione. Non siamo assolutamente cresciuti e fatti per affezionarci. Qualsiasi cosa deve essere breve e immediatamente efficace. Non può permettersi di richiedere troppo tempo, altrimenti, appunto, annoierebbe. Una volta, nella maggior parte dei casi, si sceglieva una persona sola e con quella si formava famiglia. Un mestiere era per tutta la vita ed era svolto eccellentemente, appunto perché c’era una vita di tempo per impararlo magnificamente. Una città o un paese in cui vivere. Una casa, possibilmente con giardino. Un’automobile. Una o massimo un paio di festività per vedere i parenti di un unico nucleo famigliare. Una Vespa per tutta la vita. Una tazza per fare colazione. Un piatto particolare che era quello che si mangiava in un giorno speciale.
Possibile che nello stato attuale le relazioni s’impoveriscano (è verissimo pure il contrario, ma questo è un altro discorso), ma la professione, le ambizioni e le mete personali si trasformano e creano nuove esigenze, danno nuove risposte, ampliano di non poco gli orizzonti sociali. Viste le esigenze d’immediatezza comuni, la formazione non deve essere poi così necessariamente lunga. Ecco che allora anche saper fare di tutto un po’ diventa un nuovo requisito. La mia generazione sa adattarsi in qualsiasi condizione. Siamo parte di una società liquida, è vero, ma come ogni liquido prendiamo la forma più adatta a seconda di dove ci s’inserisce. Il contenitore non è più un problema. il vero problema, la vera cosa che deve spaventare, è quando i contenitori non basteranno più. quando questo liquido, prima libero di circolare senza essere arginato, confluirà, assieme ad altri piccoli torrenti, in un unico, grande e prepotente canale. allora vorrò vedere quale diga istituzionale lo conterrà e quale impavido salmone sarà in grado di percorrere in senso contrario la corrente.

La Corrente:

Filetto di Salmone, apsaragi, carote, zafferano, arance, olio extra vergine, burro, sale, pepe, farina o fecola di patate, brodo vegetale.

a volte basta veramente così poco…

a volte basta veramente così poco…

l’inverno scorso. zuppa di ceci.

A dire il vero m’ero ripromesso di pubblicare altro. invece, trattandosì di una giornata particolarmente calda, ripesco nell’inverno prima che finisca. Innanzi tutto mi serve una bicicletta nuova per la stagione calda. Viale puglie ha sempre qualcosa da offrire la domenica mattina. Spero solo che stavolta la città sia particolarmente magnanima e mi garnatisca l’utilizzo della bici almeno fino ad ottobre. L’inverno si porta via un appartamento, temo la vespa, un letto ad una piazza e mezza (è in buone mani), la mia patente, Lucio Dalla (RIP) e una zuppa di ceci. Settimana scorsa son state tolte le luminarie natalizie, credo che sia abbastanza prematuro entrare all’esselunga e trovare già le fragole.

i ceci favoriscono il regolare funzionamento gastrointesinale dopo il cenone natalizio. infatti i legumi secchi sono in grado di abbassare la colesterolemia grazie al buon contenuto in lecitina.

zuppa di ceci:

porri, sedano, carote, erbe aromatiche, ceci, parmigiano reggiano, olio ex.v., sale, pepe.

buon anno a tutti.

Casa dolce casa d’altri.

Come diavolo si chiama?
A cosa stavo pensando?
Bèh, non ha importanza. A volte perdo tanto di quel tempo a cercare la soluzione che mi dimentico del problema. Cambio la strada principale e mi perdo nelle parallele per cercare una scorciatoia, o il privilegio di passare per una strada che nessuno ha mai percorso. Va a finire, invece, che non raggiungo la meta. Tutta colpa di questa smania di scoperta che a volte è troppo, veramente troppo pretenziosa. Quanto è bello, ogni tanto, starsene con i piedi per terra. Chiamare pane quello che è a tutti gli effetti pane fragrante e vino quello che ovviamente non può che essere un buon vino pronto. Quanto mi piace starmene a casa d’altri se la casa ha bisogno di essere scaldata. Se la casa d’altri ricorda la mia. adoro riscoprire i valori della compagnia e dello stare a tavola semplicemente per svuotare la teglia e riempire la pancia con quel sapore tanto famigliare che sa d’infanzia, di pomeriggi spesi a guardare il soffitto giusto per essere sicuri che stia lì e che non cada da un momento all’altro. Un sapore che sa di benvenuto e di pulisciti i piedi prima d’entrare perché ho lavato il pavimento.

Quando la casa te la porti appresso acquista valori sempre nuovi, influenzandosi, rinfrescandosi e attingendo dalla gente che di volta in volta la circonda. Gente che in determinati casi decidi di far entrare dalla porta principale di casa tua perché affine, o perché ha problemi tanto simili che ti fanno ritrovare quella strada che avevi perso per risolvere i tuoi.

Esiste ancora la pasta al forno. La vecchia amata pasta al forno. Come ti piace, falla. Io metto del ginepro del pepe e dei chiodi di garofano nel ragù. Metà salsiccia di suino metà polpa scelta di bovino. Carote, sedano e cipolla bianca, tutto in pezzi grandi. Non passata di pomodoro ma polpa fine (Mutti per l’esattezza). La besciamella non basta mai perché conservo il brutto vizio di mangiarla mentre la cucino (a riguardo ho scoperto un segreto, mangio pure il ragù e le proporzioni restano pressapoco uguali). Grana padano quanto basta. Di solito la pasta al forno non coincide con periodi di dieta o di digiuno, sii generoso con le dosi dei condimenti, viene sicuramente più buona.

Violentementedivano a fine pasto.

a Nichi e VV. con amore.

Amore… ho spaccato le petunie. Scamone con salsa allo yogurt e pepe verde
Assurdo quanto si rinvigoriscano le petunie una volta interrate. peccato non avere davanzali così larghi e avere un coinquilino che ha scoperto da poco il corretto utilizzo delle braccia.

Amore… ho spaccato le petunie. Scamone con salsa allo yogurt e pepe verde

Assurdo quanto si rinvigoriscano le petunie una volta interrate. peccato non avere davanzali così larghi e avere un coinquilino che ha scoperto da poco il corretto utilizzo delle braccia.